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Baldo Diodato non si pone più, il problema della rappresentazione, ma si concentra sulla materia
che si assimila al colore della pittura, degli acrilici dei suoi lavori.
Come per Jean Fautrier e Jaean Dubuffet, la materia non è più un mezzo ma una realtà in cui
l'artista si identifica.
La superficie dei lavori viene così manipolata e strutturata, trasformandosi alla fine, in un tutt'uno
con il colore e il supporto dei quadri.
La materia si arricchisce di una carica di sostanza vitale che è creata dalla mescolanza della storia
che già le appartiene e degli impulsi vitali dell'artista.
La realtà presente si unisce al passato. "La materia è memoria" come aveva affermato Bergson ma è
la prima testimonianza del presente. Ogni volta cambia e si ricrea rifuggendo da uno spazio rigido e
statico.
Osservando i lavori di Diodato ritroviamo anche un preciso riferimento alla tradizione
dell'Impressionismo: le ninfee astratte di Monet, Renoir e Bonnard. Una materia capace di captare e
trattenere le impressioni e le sensazioni più fugaci ed evanescenti. Le impronte del frottage che
Diodato utilizza, sono le tracce dello spazio, il ritmo del tempo.
I colori vengono impastati direttamente sul supporto delle lamine sottili di alluminio e si creano
strati spessi, oppure si frantumano in scaglie di luce come in "Mare-cielo-terra".
Anche per Dubuffet, la materia non è nulla di naturale ma è fatta dalle nostre esperienze umane.
La ricerca per chi lavora in questo contesto si sviluppa in due direzioni: da una parte Diodato si
concentra sulla struttura della materia (le texturologies di Dubuffet) e verso 11'integrazione di
immagini, l'impatto dell'immaginazione sulla materia.
Si costringe la materia a rivelare i suoi segreti.
In un mondo dove si e perduto il senso del sacro, Diodato ci invita ad ascoltare la voce della materia, un mezzo per compiere un'analisi a volte anche spietata della realtà e della condizione umana.
Diodato nel suo lavoro "Camminamento", per la Certosa di S. Lorenzo a Padula, nel 2004, realizza un "intervento": le grandi tele vengono infatti portate fuori dalla studio. Una resterà all'esterno dell'edificio per accogliere i segni dei fenomeni atmosferici e l'altra è trasportata nella cella che la ospiterà. La superficie è destinata ad accogliere i segni tracciati dal tempo e dei passi di chi ha attraversato questo luogo. La materia a volte è muro e riceve l'impronta dell'esistenza.
Baldo Diodato è nato a Napoli nel 1938 e attualmente vive e lavora a Roma. Da Napoli, va via molto presto, ma non prima di aver accumulato delle esperienze significative nell'ambito a quei gruppi che animavano l'arte partenopea dei primi anni 60'. Risale al '66 una sua importante mostra al Modem Art Agency di Lucio Amelio. Poi si trasferisce in America e rimane a New York dal 1966 al 1992. Nel 92' dopo diverse esposizioni negli Stati Uniti e a Londra ritorna a Roma. Anche in Italia ha esposto in numerose collettive e personali.
Collabora con continuità con la Galleria del Cortile e Archivio Sante Monachesi - Via del Babuino, 51-00187 Roma - tel.06.3234475.Fax 06.36000480 e con la Fondazione Beppe Morrà. Palazzo dello Spagnolo, 18. Napoli.
J. Fautrier ha evitato ogni rapporto con le ricerche strutturali cubiste e post-cubiste, si
ricollega invece alle ultime frange della tradizione impressionista. La materia è una sostanza
impressionabile, un frammento di realtà e proprio per questo realizza tragicamente il
dramma del nostro essere nel mondo e tuttavia estraniati dal mondo. La serie degli Otages è
considerato il momento più alto dell'opera di Fautrier: quello che fa di lui l'interprete di tutta
una tragica situazione europea. Nel tuo lavoro il rapporto con la materia è simile, ma in un
contesto diverso, come artista continui ad identificare in essa la problematicità e l'incertezza
del tuo essere?
Quello che mi affascina ed interessa veramente è il rapporto diretto e reale con la città, alla fine
raccolgo e colleziono i pezzi del luogo dove vivo. E' il presente che inseguo, la dimensione
destinata al cambiamento, l'universo là fuori, meglio perdersi nel mondo che chiudersi in se stessi
e alla fine compiangersi. Nei confronti del nazismo si doveva prendere una posizione ora invece per
analizzare e trasmettere delle idee ed emozioni forti l'artista deve partire dal microcosmo che lo
ospita.
Per Dubuffet la pittura non rappresenta e non comunica è invece pura esistenza. L'errore è
nel mitizzare l'arte, nel metterla per forza nelle categoria con le attività superiori o sublimi.
La cultura europea non è da celebrare e neppure si può considerare "folclore" quello che
definiamo quando ci riferiamo ad altre culture e paesi. Cosa pensi in proposito alla tesi di
questo artista?
Mi ritrovo perfettamente in questa posizione anche se non ho mai vissuto il mio lavoro e il mio
ruolo come situazione privilegiata. Le mie tele finiscono per terra così chiunque può partecipare ed
è artefice del processo creativo.
Achille Bonito Oliva ti definisce estraneo a ogni definita scuola o corrente, capace di muoversi
tra pittura scultura e performance ...pronto, soprattutto, a costruire azioni e a proporre
interventi che siano, prima ancora che delle creazioni artistiche, delle provocazioni e degli stimoli
in grado di ridiscutere e ridefinire i "rapporti dell'arte con la politica e il mondo". Puoi spiegare
meglio come l'artista Diodato e il suo lavoro si collocano ed interagiscono nei rapporti con la
politica e il mondo?
Alcuni artisti della mia generazione come Pascali e Manzoni sono stati e ancora rimangono dei
punti di riferimento fondamentali. Sono la dimostrazione che non è necessario schierarsi
politicamente e fare la rivoluzione per cercare di cambiare il mondo ;il lavoro è una testimonianza
determinante, l'immaginazione a volte è più efficace e potente della lotta.
Si parla sempre di vivace dibattito per quanto riguarda la cultura artistica partenopea negli
anni 60' che prosegue ancora oggi, allora perché molti artisti, tranne delle eccezioni come il
tuo caso, anche perché te ne sei andato, non riescono a decollare e la critica non segue con
attenzione e interesse il loro lavoro?
Questo è tristemente vero. L'artista è però costretto ad uscire dal proprio ambito e allargare
l'indagine e gli orizzonti. Napoli, come altre città, sprigiona energia e dinamismo ma poi non puoi
rimanerne intrappolato. Una volta che si ha approfondito ed assorbito fino in fondo il rapporto con
la città, bisogna avere il coraggio di iniziare da capo e non adagiarsi su quello che ci rassicura e non
riesce più a farci crescere intellettualmente.
A New York eri riuscito ad avere opportunità e riconoscimento come artista e l'esperienza
sarà stata sicuramente ricca di stimoli anche per la tua ricerca, come mai ha deciso dopo tanti
anni di ritornare in Italia, a parte le tue ragioni personali?
Quello che penso di Napoli vale anche per New York, una città che ti assorbe di giorno e di notte, il
suo ritmo è per un giovane senza freni e con energie inesauribili. Dopo venticinque anni dovevo
abbandonarla. Negli anni 90' è iniziata la crisi e la depressione negli Stati Uniti e non era più così
conveniente per un artista rimanere a lavorare a New York. Si era esaurita una situazione e non ho
rimpianti o dubbi al riguardo.
Nei tuoi lavori, in particolare alcuni quadri come "Sanpietrini" e "La notte bianca" si può
ritrovare un riferimento o una citazione a Castellani anche se poi il minimalismo e il rigore
concettuale non sono presenti nel tuo modo di operare, la ripetizione e il modulo non
rientrano nei tuoi procedimenti artistici che tendono invece alla frantumazione e alla
contaminazione. Cosa ne pensi?
Stimo immensamente Castellani, anche lui fa parte di un bagaglio teorico e umano imprescindibile,
almeno per quanto mi riguarda; è ovvio che poi bisogna trovare la propria identità ed evoluzione,
non si ripete o imita la storia dell'arte, si può solo ricordare ed amare.
Economicamente è in atto una ripresa per l'arte contemporanea come investimento in questo
periodo buio di crisi e di cambiamenti, ma quale sarà il futuro delle ricerca e del ruolo
dell'artista?
Nonostante tutto non sono pessimista, anzi. Penso che i giovani artisti hanno oggi una strada più
facile attraverso la comunicazione globale, basta pensare ad Internet.. Certo eravamo di meno ma il
nostro territorio era solo la Galleria, dove si aspettavano i collezionisti come in una boutique.
Ora invece ci sono gli spazi virtuali dei siti e le fiere, orizzonti immensi da esplorare e sperimentare,
io non ho mai temuto di perdermi, prima di tutto non bisogna aver paura.
Cristina Ruffoni
c_buffoni@yahoo.it
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